venerdì 19 luglio 2013

Qualcuno fermi i biscioni metropolitani


I bassi elettronici, profondi e potenti, facevano vibrare i marciapiedi delle strade di Torino come se un fiume di musica cercasse di emergere dalle profondità asfaltate. Quella sera, calpestati da migliaia di facce diverse e sconosciute, sembravano trasformati in discariche a cielo aperto. Cicche e carte stavano abbandonate sulle lastre di pietra divenute scure ed appiccicaticce per lo smog e le gomme da masticare. Le regine delle strade erano però le bottiglie di birra svuotate del loro nettare dalle migliaia di api assetate di musica e felicità.
Daniele e Christian barcollavano felici in via Togliatti senza neppure cercare di evitare i cocci di vetro per terra che rimandavano in cambio stridii insofferenti. L'alcool gli scorreva in corpo vibrando ancora sotto i decibel dei “Prodigy”. Si sentivano vivi. Semplicemente, erano.
Alex premeva con forza i pedali della macchina arrivando a fine corsa, spremendo fino all'ultimo cavallo del motore che urlava tra i palazzi dall'intonaco vecchio e scrostato. Viaggiando senza meta zigzagava tra i lunghi biscioni metallici che illuminavano le strade di Torino con il rosso delle loro luci di posizione. Si accese la spia della riserva della benzina, rossa. Tutto quel rosso sarebbe stato bene in uno strip club, non per le strade di una città sporca e marcescente. Se solo avesse potuto permetterselo ci si sarebbe fiondato subito, ad annegare rabbia e dispiacere tra tette ed alcool. L'unico posto in cui poteva stare invece era quella vecchia auto ormai senza benzina dopo che la banca si era portata via la casa. Non gli era rimasto nulla, neanche i figli dal momento che sua moglie era scappata di casa, portandosi via anche loro. Troppo codardo per togliersi la vita si sentiva, anche se in ottimo stato di conservazione, comunque un morto. Semplicemente, non era.
Alex, con le vene intasate dall'alcool, decise di sorpassare a destra l'ennesimo biscione di auto incolonnate in via Togliatti ritrovandosi con le ruote sul marciapiedi.
Daniele e Christian se ne stavano in un trip mentale sulle prossime tappe dei Prodigy mentre l'urlo dell'auto di Alex arrivava sparato come un proiettile che taglia il vuoto anticipato dalla luce giallastra dei fari. E come due birilli i ragazzi vennero colpiti dal cofano dell'auto. Tra lamiere accartocciate e vetri rotti presero il volo fendendo l'aria, ma come uccelli inesperti ricaddero a terra, metri più avanti. Cocci ed asfalto conficcati nella carne.
Accartocciati in posizioni inumane si tinsero di rosso, come le luci dei biscioni stradali, come la spia della riserva, come le luci dello strip club. Smisero di essere, semplicemente.

sabato 13 luglio 2013

Il becchino

Foto by Stefano Tonacchera
Con quel suo passo strascicato il becchino percorse il viale di ghiaia scricchiolante facendo un rumore assordante sotto la cappa di silenzio di quel luogo. Scomparve tra le vie interne di quella città defunta lasciandosi dietro un solco, una scia. Una lumaca.
Quella sua gamba sinistra ormai funzionava solo da puntello. Qualcuno dice addirittura sia di legno: non ci credo. Se fosse vero gli mancherebbe giusto l'uncino per poter essere un vecchio pirata. I capelli incanutiti dal tempo e unticci gli ricadevano sul viso coprendo in parte il viso solcato dalle cicatrici che deformavano le labbra in un sorriso senza fine. Senza rendermene conto finivo per visitare il cimitero trattenendo il respiro, temendo che anche solo il mio sospiro fosse sufficiente a farlo crollare. Accartocciato tra ragni e siringhe sopravviveva in una vecchia capanna di legno marcio nella parte vecchia del cimitero, tra lapidi coperte di muschio ed erbacce.
Ogni volta pensavo sarebbe stato il prossimo, ad entrare a passo lento attraverso attraverso quell'infernale bocca sdentata.
Le aveva sotterrate tutte, le inquietudini e le paure in quella terra di nessuno. Ne avrebbe sotterrate altre. La sua pala arrugginita rimaneva in un angolo, divorata dal tempo. Non ne aveva bisogno. Le avrebbe sotterrate comunque, sotto cumuli di risate.

giovedì 11 luglio 2013

Recensione "Dragonero"


Dragonero
di Luca Enoch e Stefano Vietti
Brossurato, 98 pagine in B/N
Sergio Bonelli editore
Prezzo € 3,30

“Dragonero” è la nuova serie fantasy scritta da Luca Enoch e Stefano Vietti, disegnata da Giuseppe Matteoni ed edita da Sergio Bonelli. La serie in realtà non può considerarsi totalmente nuova, visto che nel 2007 era già uscito come romanzo a fumetti raccontando una storia auto conclusiva.
Il fumetto infatti riprende l'ambientazione ed i personaggi del romanzo, soprattutto il protagonista Ian Aranill che alla fine del vecchio volume veniva soprannominato “Dragonero”. Non è necessario però aver letto il romanzo per godere a pieno della storia, nel fumetto infatti vengono ripresi i punti chiave necessari per riuscire ad entrare nel vivo degli avvenimenti, compreso quelli che hanno donato il soprannome di Dragonero al protagonista.
Strutturata come una tipica serie fantasy non risparmia gli stereotipi legati al genere con la presenza di magia, elfi ed orchi.
La narrazione si svolge su due piani temporali differenti, il presente ed il passato con il protagonista che racconta una storia. La caratterizzazione dei personaggi non è certamente lasciata al caso come anche i rapporti tra gli stessi che risultano ben curati e studiati. Per quanto riguarda l'aspetto grafico niente da eccepire. I disegni precisi e dettagliati non lasciano insoddisfatti come succede anche negli altri fumetti editi da Bonelli.
L'unico difetto che personalmente trovo è la scarsa originalità. Benché sia un'opera nel complesso molto curata e di qualità rischia di risultare noiosa agli appassionati del fantasy in quanto intrisa di elementi fin troppo tipici del genere. In ogni caso è assolutamente da consigliare perché riesce ad affascinare, divertire ed intrattenere raggiungendo quindi a pieno gli obiettivi che si pone un'opera di questo livello.

mercoledì 10 luglio 2013

Il mio primo fumetto



Dal caldo di agosto non si scappa. Per quei 31 giorni di afa ci sono poche alternative. Ci si può rintanare in casa al fresco del climatizzatore oppure andare al mare passando il tempo nell'acqua di quella grande pozza intercontinentale fino a che la pelle delle mani non diventa bianca e molliccia. Se fossi vissuto in una grande città probabilmente me ne sarei andato al mare, caricando la mia vita su una macchina pronta a partire. Io non ho mai dovuto scegliere, neppure in quell'estate rovente del 2002. Dall'ombra della grande camelia bianca non era necessario fuggire per il caldo ed un libro sempre diverso mi teneva compagnia.
Come ogni giorno mi infilai il casco, nero, non bastava già che fosse integrale. Sarei morto di caldo in quel forno crematorio di plastica, era sicuro, mentre morire in un incidente era solo una probabilità. Amen, mi rassegnai ad indossarlo per evitare le lamentele della donna che si premurava per me, guardandomi partire in piedi sulla soglia di casa. Così saltai in sella del mio bolide a due ruote firmato Piaggio e partii. Amavo girare per le strade in motorino. La Versilia, così famosa e citata in molti dei Tg anche nazionali finiva per essere in verità sconosciuta ai più. Mi sentivo come un abitante di una città fantasma, mi piaceva. Strade di campagna e di città si alternavano in un mix unico che la rendeva così strana ed affascinante.
Quel giorno mi fermai prima del previsto, una sete che l'acqua non avrebbe placato non mi dava tregua. Chiesi l'ultimo sforzo al motorino che soffriva dell'asfalto in via di liquefazione e frenando parcheggiai di fronte ad una libreria minuscola, di quelle ricoperte da un cappa di silenzio e pervase dal buon odore di carta stampata un po' vecchia. Mi avventurai tra scaffali polverosi, sentendomi un po' esploratore, un po' naufrago. Quel mare di libri mi disorientava ma ero sempre più determinato a scovare la mia nuova lettura. Alla fine approdai per la mia prima volta nella sezione graphic novels e fumetti. Lasciai che le dita sfiorassero quei volumi sconosciuti. Non potevo concepirli. Non c'era posto per disegni in mezzo alla selva di parole sulla carta. Eppure ne afferrai uno, sulla copertina in caratteri spigolosi c'era stampato il nome “Dylan Dog”.
Lo sguardo triste del ragazzo in giacca nera trasudava emozioni anche oltre la copertina patinata. “Non è mai felice”, pensai. E le pagine non mi contraddissero. Uscii con tra le mani il mio bottino. Lo sentii vivo, lo sentii fremere sotto i vestiti schiacciati contro la pelle dall'aria del motorino, era il mio primo fumetto. Il mio battesimo di fuoco odora di vecchia carta stampata polverosa, odora d'estate e di fiori di camelia. Profuma di fantasia.